Titovskij: 4 chiacchiere sulla sperimentalità

16 gen 2025

titovksij
titovksij

QUATTRO CHIACCHIERE SU TITOVSKIJ
Intervista a Cecilia Rebecca Rizzuto, regista di "Titovskij".

Hai vinto un premio importantissimo come Miglior Corto Sperimentale: come ti sei sentita subito dopo aver scoperto di aver ottenuto tale riconoscimento?

Ero felicissima perché Titovskij è un film particolare e unico a cui tengo molto, fotografato in luoghi sperduti della ex Jugoslavia che quasi nessuno conosce, quindi merita di essere visto. Grazie per il premio!

Qual è stata l’ispirazione principale per la creazione del tuo cortometraggio?

L'ispirazione principale per il cortometraggio è il film La jetée di Chris Marker del 1960, un fotoromanzo di fantascienza. Essendo appassionata di Storia dell'Arte, soprattutto moderna e contemporanea, mi sono ispirata anche al costruttivismo russo e al cinema espressionista tedesco, due tra le mie avanguardie preferite.

Cosa pensi che renda un cortometraggio sperimentale efficace?

Secondo me l'idea, il concetto e l'equilibrio tra le varie parti, come musica e immagini. La caratteristica più efficace è quando può essere capito da un pubblico molto vasto, non solo amatori o professionisti, ma arrivare anche a chi è più lontano da questo tipo di linguaggio.

Qual è il tuo approccio personale per spingere i confini del linguaggio cinematografico?

Leggo molto di arte contemporanea e antica. Vado a tantissime mostre e conferenze o performance, guardo spettacoli teatrali, continuo a studiare la fotografia, scattando in analogico e digitale. Tutto questo sicuramente mi arricchisce e può essere un bagaglio per spingere i confini di un linguaggio cinematografico personale che man mano sto scoprendo.

Qual è il significato o il messaggio che hai voluto comunicare attraverso l’uso di immagini e suoni non convenzionali?

Volevo che il significato del racconto, ovvero che prendere coscienza del fatto che l'uomo non è divisibile con il resto dell'ambiente che lo circonda, perché fanno parte tutti della stessa realtà, fosse simbolicamente ricavato anche dalle immagine e soprattutto dal montaggio tra di esse. Titus viene composto e ricomposto come un puzzle, più e più volte nella storia. Più Titus si interroga sulla faccenda, più va a fondo a questa scomposizione, fino a quando caduto in una sorta di dimensione cosmica, che ho voluto interpretare con una danza, diventa il suo negativo, il nero diventa bianco e viceversa. Si può dire che Titus sia arrivato così a una sorta di Nirvana, ovvero ad una "estinzione" del proprio Io e un lampo di pura coscienza.