Alessandro De Filippis: l'indeciso più convinto di sempre
13 gen 2025
L'INDECISO PIU' CONVINTO DI SEMPRE
Intervista a Alessandro De Filippis, regista di "Non tutte le fati hanno le ali" e Miglior Attore per "Transdermico".
Sei l'unico concorrente ad aver partecipato a due corti distinti e in due ruoli chiave differenti: attore e regista, e ad aver ottenuto riconoscimenti e nominations per entrambi i lavori. Come sei riuscito a separare l'atto creativo del regista in un corto e il metodo attoriale nell'altro?
Partiamo col dire che non so se ci sia riuscito. Credo di avercela fatta, ma in realtà c’è una vocina in testa che continua a dire: allenati, devi migliorare! Senz’altro, in entrambi i casi, sono stato contaminato dal mio altro, a seconda del ruolo che ricoprivo al momento: quando sono regista penso e sento come fossi un attore, e quando sono attore tento di tenere attivo una specie di controllo a 360° che mi permetta di monitorare la situazione.
Nasco come attore e morirò da tale, pertanto quello che faccio dietro la macchina da presa - scrittura compresa - è un’estensione di quella che potremmo definire sensibilità scenica. Ma neanche ve lo immaginate quanto sia felice di aver preso nomination per entrambi i miei lavori!
In entrambi i progetti si può notare un'affinità incline al surreale comico grottesco. È un tratto distintivo della tua carriera artistica in entrambi i ruoli?
Vado per inerzia: la vita è assolutamente surreale, comica e grottesca, quindi non ho molto da aggiungere alle mie creazioni; basta prelevare da quel bacino nel quale infiliamo le cose della vita e puf!, il gioco è fatto.

Hai dovuto affrontare compromessi rispetto alla tua visione originale?
Sì, come sempre. Nel cinema soprattutto è bene imparare sin dal giorno zero che il tuo è un lavoro di squadra: neanche lo voglio immaginare dove sarei andato a sbattere senza i miei colleghi!
Ma il compromesso che più mi mette in difficoltà - e che segnerà dunque il mio margine di crescita - è la metamorfosi che subisce la sceneggiatura dalla carta alla carne. Quando ne finisci una la guardi come fosse tua figlia, ne conti le dita, se vogliamo, la coccoli, perché sei stato con lei per tanto e le vuoi un bene dell’anima, fa parte di te.
Poi però arriva il momento in cui si palesano quelle strane creature, gli attori, e tutto comincia a cambiare, fino ad arrivare alle ultime fasi di montaggio, dove quello che avevi così ben scritto è diventato - se le cose sono andate come dovevano - completamente diverso da quello che avevi immaginato.
È un processo doloroso, ma è così che si fanno le cose. A questo punto mi chiedo chissà cosa significhi avere un figlio...
Ci sono state influenze o modelli di riferimento particolari che ti hanno guidato?
L’animazione su tutto: sono un amante delle opere giapponesi e aver avuto la possibilità di fare un corto la cui prima parte è girata integralmente in giapponese è una cosa che ancora mi fa volare.
Gli stilemi dell’anime, la sua (quasi) intraducibile grammatica, nonché quel generale senso di allegra malinconia che pervade molte delle serie a cui sono affezionato (Evangelion su tutte), mi hanno permesso di giocare con la realtà di tutti i giorni, e questo mi ha divertito molto.
Oltre a ciò, in quel momento - e parliamo di un paio di anni fa ormai - c’era tutta una cosmogonia di registi che influenzavano le mie opere: Woody Allen, David Lynch, Ingmar Bergman, Bong Joon-ho e tanti altri.
Ma è a questi che devo, se vogliamo, l’influenza principale per la creazione di questo corto. Spero ne siano felici.

C’è un tema ricorrente nelle tue opere? Cosa ti porta a raccontarlo continuamente?
Sicuramente: l’identità.
È una questione che porto con me sin da quando sono piccolo, sin da quando ho iniziato a percepirmi come agente nel mondo. La questione attoriale è dovuta a questo interrogativo, a questo piacere di scoprirsi e ingannarsi, se vogliamo, a questa fissazione (o naturale inclinazione) che ho nel mettermi nei panni altrui.
Le mie opere, dalle prime alle ultime, parlano invariabilmente di questa tematica, miscelandola e diluendola assieme alle altre: ogni personaggio che incontro si chiede da dove venga e dove sia diretto, ma soprattutto chi ci sia dietro quella maschera.
Non posso farne a meno, forse è un’ossessione: anche adesso che sono qui, sul letto, a rispondere alle vostre domande, non posso fare a meno di chiedermi chi sia davvero. Chiamarmi per nome non servirà a molto, l’indagine ha rivelato aspetti infinitamente più complessi di quel che immaginavo.
Vi terrò aggiornati.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Come attore, al momento so dirvi che in estate lavorerò a una pirandelliana, e per la primissima volta mi confronterò con qualcuno che ha masterato la tematica dell’identità. Non vedo l’ora.
Come autore, invece, avrò un corto da girare a maggio, stavolta tratto da una sceneggiatura che farò di tutto per far diventare un film.
Lo scorso dicembre abbiamo testato su pubblico Singolarità, uno spettacolo teatrale da me ideato, prodotto e diretto, e che avrò il piacere di far debuttare a Roma - spero il più presto possibile!
Nel corso dei mesi lavorerò quindi a un’altra storia per un film, dal quale trarrò poi un nuovo cortometraggio (che, con ogni probabilità, gireremo nel 2026), e sul finire dell’anno ho intenzione di testare un nuovo spettacolo teatrale con protagonista un simpatico complottista paranoico.
Vi inviterò.