La danza del diavolo: le origini
10 feb 2026
LE ORIGINI DELLA DANZA DEL DIAVOLO
Intervista ad Andrea Merelli, regista de "La danza del diavolo"
Hai ottenuto 4 nomination tra cui quella per Miglior Cortometraggio, Miglior Attrice e Attore Non Protagonista e Miglior costumi. Quale è stato il procedimento che ti ha portato alla scelta del cast e alla scrittura di questa storia?
La scelta del cast è stata fondamentale per questo corto, i personaggi erano pochi ed era fondamentale trovare degli attori che incarnassero al meglio quello che erano i tre personaggi principali. Abbiamo ricevuto numerose candidature, più del previsto e altrettante di attrici e attori molto in gamba. Per giungere a una scelta definitiva abbiamo dovuto ricorrere a più scremature, abbiamo approfondito chi ci interessava di più facendogli recitare dei monologhi che rappresentassero lo spirito dei personaggi ed infine siamo giunti a delle conclusioni che personalmente non mi hanno lasciato deluso.
Per quanto riguarda la scrittura di questa storia mi sono imbattuto per caso in una serie di leggende folkloristiche del territorio bergamasco che mi hanno affascinato e per le quali ho pensato che una trasposizione cinematografica avrebbe potuto esaltarle e soprattutto riportarle in auge dato che erano state ormai dimenticate. Così, assieme ad un amico ex compagno di università, Davide Visconti, ci siamo messi a scrivere la sceneggiatura a quattro mani, approfondendo la leggenda che più ci aveva colpito e che poi ha preso il titolo “La danza de diavolo”.
Il senso di libertà è predominante nella storia. Ma anche quando sembra di averla raggiunta ecco pronto qualcuno a privartene. Cosa ti ha spinto a voler raccontare questo sentimento e se è stato, oppure no, uno dei temi più importanti raccontati da questa storia.
Io direi che il senso di libertà in realtà non si percepisce mai, al contrario si percepisce un senso di oppressione costante dovuto dal mancato raggiungimento di questa libertà che la protagonista desidera cosi tanto. Credo che questo racconto abbia catturato la mia attenzione perché in qualche modo era inusuale, non c’era un lieto fine, si trattava di una storia brutale con un epilogo ingiusto e senza possibilità di salvezza. Proprio come nelle leggende raccontate tanto tempo fa per spaventare i bambini, questo corto si limita a voler mostrare una leggenda del passato che si è sempre sentito raccontare a voce in maniera visiva e quindi, per quanto mi riguarda, più coinvolgente per il nostro tempo.

Lo studio sui costumi, raccontacelo.
Per lo studio sui costumi abbiamo dovuto fare un lavoro complesso. Trattandosi di un corto in costume le sfide sono state numerose partendo dal vestire tutte le comparse nella scena della festa all’osteria al costume di Cinto nella scena finale. Io e la costumista Elena Prada abbiamo fin da subito svolto un lavoro di ricerca cercando di capire cosa fosse più funzionale e corretto da far indossare ai personaggi principali, anche in linea con il look generale che doveva avere il corto e con le azione che dovevano svolgere nella storia. La sfida più complessa è stata sicuramente la creazione per il costume fine di Cinto, il quale doveva avvolgere un personaggio che doveva essere un mix fra un animale e una persona. Nonostante il budget limitato e il poco tempo a disposizione Elena è riuscita a fare un ottimo lavoro, conferendo credibilità e spessore al look di tutto il corto.

C'è qualcosa che ti appartiene personalmente all'interno della storia raccontata?
Ciò che più mi appartiene all’interno della storia è sicuramente l’ambiente che fa da sfondo alla leggenda. Anche il mio precedente cortometraggio è stato girato nella natura e l’idea di portare nei miei progetti una componente territoriale è un elemento che fino ad ora ho sempre cercato di integrare. La leggenda ha origini bergamasche, cosi come tutte le location in cui abbiamo girato. Direi che si può definire un cortometraggio a chilometro 0.

