L'interrogatorio: i primi passi di una piccola grande autrice

10 feb 2026

The Threshold
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I PRIMI PASSI DI UNA PICCOLA GRANDE AUTRICE
Intervista a Elena Coletta, regista di "L'interrogatorio", e a Lorenzo Lancellotti per il premio al Miglior Attore Non Protagonista.

Hai vinto il premio come Miglior Attore Non Protagonista: te lo aspettavi? Come hai affrontato il casting dei tuoi due attori protagonisti e quando hai capito quali fossero i talenti adatti alla tua opera?

Sono molto contenta per Lorenzo Lancellotti e penso che se lo sia meritato, perché ha lavorato con grande impegno e sensibilità sul personaggio. Ho affrontato il casting con grande consapevolezza del tipo di volto e di energia che stavo cercando e quando ho visto le foto di Lorenzo Lancellotti e Stefano Macciocca non ho esitato a contattarli per proporgli i ruoli. Entrambi si sono messi in gioco con corpo e anima nell’interpretare personaggi molto lontani da loro e hanno regalato performance davvero straordinarie che per me sono state di grande insegnamento non solo nella direzione attoriale, ma anche nel valore della collaborazione artistica e nel rapporto profondo che deve esistere tra attore e regista che penso sia fondamentale per arrivare ad una autentica interpretazione.

Domanda per Lorenzo Lancellotti, protagonista del cortometraggio.
Come è stato lavorare a questo progetto? raccontaci il processo col quali sei entrato nei panni dell'investigatore.

Lavorare a questo progetto è stato particolarmente stimolante per la complessità e l’ambiguità del personaggio dell’ispettore Millauro. Un’ambiguità che non risiede tanto nelle parole quanto nelle azioni, nelle strategie adottate. Si muove in una zona grigia dove l’etica dell’indagine entra costantemente in conflitto con la necessità di ottenere la verità e questa tensione diventa il motore della scena. Il lavoro attoriale si è sviluppato come un’indagine psicologica a due livelli: da un lato l’esplorazione del mio personaggio e dall’altro un ascolto profondo del personaggio di Tommaso. In questo senso il confronto con Stefano (Macciocca) è stato fondamentale. Insieme abbiamo costruito una dinamica basata su un continuo scambio di forze, un sistema di attacco e difesa in cui ogni gesto, ogni pausa, ogni variazione di intenzione contribuiva a ridefinire i rapporti di potere all’interno della scena. Uno degli aspetti più significativi è emerso già dalle prime prove, quando si è creato immediatamente un ascolto reciproco molto preciso e ricco. Da lì sono nate una serie di intuizioni che con Elena abbiamo riconosciuto come snodi narrativi essenziali. Momenti in cui la scena smetteva di essere semplice dialogo per diventare racconto cinematografico, capace di suggerire più di quanto mostrasse in superficie. È stato un percorso stratificato che mi ha permesso di interrogarmi non solo sul personaggio ma anche sul senso e sulla responsabilità di questo racconto, soprattutto in relazione a un tema delicato e urgente come questo.
- Lorenzo Lancellotti

E' difficile dirigere un corto ambientato in un unica stanza con due soli personaggi; molti grandi autori hanno fallito in questo tentativo. Quando hai capito che poteva funzionare la tua regia con questa modalità scenica di rappresentazione?

Il corto nasce all’interno del Master di Regia del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, al quale ho avuto l’onore di partecipare insieme ad altri nove talentuosi colleghi registi. Il percorso prevedeva per ciascuno di noi la scrittura e la realizzazione di un cortometraggio: in particolare una scena di dialogo tra due soli attori, ambientata in un’unica location. A seguirci per la scrittura delle sceneggiature e riprese sono stati la regista e sceneggiatrice italo-finlandese Anne Riita Ciccone e l’attore e sceneggiatore Fabio Morici. Girare in una stanza non è stato un limite, anzi. Sto ancora cercando il mio stile nella regia, ma credo che il bello di questo mestiere stia proprio nel rendere cinematograficamente interessanti anche le situazioni più semplici in apparenza, come un dialogo in uno spazio chiuso. La sfida è trasformare pochi elementi in racconto, lavorando su ritmo, sguardi, silenzi e movimento della macchina da presa, così che lo spazio diventi parte viva della storia e la regia possa accompagnare emotivamente lo spettatore dentro la scena.

Qual è stata l’ispirazione principale dietro il tuo cortometraggio?

L’ispirazione principale dietro il mio cortometraggio è stata il cinema noir e crime, un genere che ho sempre amato per la sua capacità di raccontare l’animo umano attraverso situazioni estreme. In particolare, prendo molta inspirazione da registi come Martin Scorsese, Michael Mann, David Fincher o Jean-Pierre Melville che hanno una capacità di mostrate il crime non solo come azione o tensione, ma soprattutto come uno strumento per scavare in profondità nei personaggi. Mi interessa usare l’estetica e la tensione del noir per andare oltre la superficie del racconto e scovare qualcosa di molto più profondo dell’essere umano: il confine sottile tra bene e male, tra ciò che mostriamo e ciò che realmente siamo. In questo senso il crime diventa per me un mezzo per parlare di identità, scelte e conseguenze, più che solo di una vicenda criminale.

Qual è stata la parte più soddisfacente della creazione del corto?

La parte più soddisfacente della creazione del corto è stata senza dubbio il lavoro con il direttore della fotografia, Chen Zixuan. Fin dal primo incontro ha compreso immediatamente il tipo di atmosfera e di sguardo che cercavo per il film, e tra noi si è subito instaurata una grande intesa artistica. Questo ci ha permesso di lavorare in modo fluido su luce, composizione e movimento della macchina da presa, rendendo l’immagine parte viva della narrazione. Considero il reparto fotografia importantissimo. Non si tratta solo di illuminare o inquadrare, ma di dare corpo alla visione, rendendo visibile l’emozione, il tono e la tensione della storia. Con Chen abbiamo lavorato su luce, composizione e movimento della macchina da presa in modo da trasformare ogni inquadratura in un vero strumento narrativo, capace di sostenere e amplificare il racconto.

Quali difficoltà logistiche hai dovuto affrontare?

Le riprese si sono svolte all’interno del Centro Sperimentale di Cinematografia e la principale difficoltà logistica è stata riuscire a realizzare tutte le inquadrature che avevamo pianificato in fase di pre-produzione con il direttore della fotografai Chen Zixuan, avendo a disposizione solo tre ore. Grazie alla grande collaborazione di tutto il team siamo riusciti a lavorare in modo concentrato ed efficiente e con l’impegno di tutti sono riuscita a portare a casa un risultato più che soddisfacente.

Ci sono scelte tecniche di cui sei particolarmente orgogliosa?

Ci sono diverse scelte tecniche di cui sono particolarmente orgogliosa, in particolare quelle legate alle inquadrature e alla composizione visiva. Ho voluto costruire un linguaggio essenziale e controllato, dove ogni inquadratura serve a guidare lo spettatore verso ciò che conta davvero: la presenza silenziosa della vittima. Un esempio è l’inquadratura iniziale, in cui la macchina da presa si concentra sulla scatola delle prove mentre i personaggi restano volutamente sfocati. Questa scelta simbolica trasforma l’oggetto nel primo protagonista silenzioso, testimone della verità e memoria della vittima. Durante tutto l’interrogatorio ho cercato di mantenere la scatola presente nel fotogramma, a volte visibile, a volte solo percepita, come coscienza muta che accompagna la scena.

L’apice tecnico ed emotivo arriva nell’inquadratura finale: la foto e gli oggetti della vittima in primo piano, il sospettato relegato ai margini, creano una composizione che restituisce centralità a chi non c’è più. Queste scelte visive, inquadrature fisse, minimaliste e studiate nei dettagli, rappresentano per me il cuore della regia di questo corto e l’aspetto di cui vado più fiera.

Qual è il tuo obiettivo come regista nei prossimi anni?

Nei prossimi anni il mio obiettivo come autore e regista è continuare a lavorare nel cinema, arricchendomi il più possibile dal punto di vista culturale ed esperienziale. Credo profondamente che questo mestiere si impari davvero sul set, affrontando problemi reali e confrontandosi ogni giorno con le diverse professionalità che rendono possibile un film. Quello che amo di questo lavoro è anche la possibilità di conoscere tante persone, ciascuna con il proprio talento e la propria visione, e di costruire insieme qualcosa di unico. Ogni esperienza diventa non solo una crescita professionale, ma anche umana. Spero, inoltre, di riuscire a trovare il mio stile personale come regista e autrice, un linguaggio visivo e narrativo che mi rappresenti pienamente e che sia riconoscibile, capace di trasmettere le emozioni e le storie che sento più vicine. Voglio esplorare diversi generi, tecniche e approcci, confrontarmi con varie esperienze sul set e assorbire quanto più possibile, fino a costruire un modo di raccontare che sia autentico e coerente con la mia visione. Sogno che un giorno tutto questo percorso mi porti a realizzare un film mio, un progetto in cui poter far confluire ciò che ho imparato, le persone straordinarie che ho incontrato e la mia voce creativa. Un film in cui ogni scelta, dalla scrittura alla regia, dalla fotografia alla recitazione, rifletta davvero chi sono come autrice e come regista, e riesca a creare un’esperienza significativa per chi lo guarda.

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