C'è da comprare il latte: il trionfo della semplicità
28 feb 2026

IL TRIONFO DELLA SEMPLICITA'
Intervista a Pierfrancesco Bigazzi, regista di "C'è da comprare il latte", vincitore della seconda edizione del Moonlight Short Film Festival
"C'è da comprare il latte" è il corto che ha ottenuto più riconoscimenti e più vittorie della seconda edizione. Come ti senti ad aver realizzato il miglior cortometraggio di questa edizione?
È stata una bellissima sorpresa, non ci si aspetta mai così tanta gratitudine. È sempre molto emozionante: lavoriamo per arrivare a un pubblico e, in qualche modo, essere apprezzati. Per questo sono felicissimo e continuerò a ringraziarvi.
Hai realizzato un triplete storico: Miglior Regia, Miglior Corto e Miglior Corto Moonlight 2025, il premio più importante del nostro festival. Raccontaci la genesi del corto e i momenti vissuti sul set.
Io, personalmente, volevo raccontare una storia d’amore. Un sentimento che ho riconosciuto in molti momenti della mia vita: un amore universale, capace di mettere da parte se stessi per dedicarsi interamente a qualcun altro.
Volevo parlare delle relazioni umane, dell’empatia, ma anche della lotta profonda che spesso accompagna certi passaggi della vita, nella loro crudezza e fragilità.
Da qui è nato un gioco, lo stesso che intraprendono i due protagonisti, sviluppato a partire dall’idea di Giuseppe. È un gioco che porta con sé, per entrambi, del vissuto e un percorso personale.
Allo stesso tempo, abbiamo cercato di costruire un mondo autonomo, lontano dal caos e dal rumore, uno spazio sospeso che avesse come unico obiettivo quello di accogliere e far emergere le emozioni.

Raccontaci della scelta del cast. Come è stata la selezione e il primo incontro con gli attori?
Nella nostra semplicità, insieme a Giuseppe Isoni, sceneggiatore del cortometraggio, abbiamo cercato di raccontare una storia. Lui l’ha costruita, io ho provato a inserirci del vissuto e, successivamente, a lasciare il più possibile spazio ad Alessandro Benvenuti e Roberto Abbiati perché potessero entrarci davvero e abitarla.
Non li ho guidati in senso stretto: ho cercato piuttosto di costruire le basi su cui potessero navigare liberamente, mettendo in gioco la loro esperienza e la loro forza. Due giganti del teatro e del cinema non avevano bisogno di indicazioni precise. C’è stato naturalmente un confronto, ma si è mosso soprattutto sul piano delle sensazioni: emozioni che avevo vissuto, o che avevo cercato di comprendere e studiare. Poi spettava a loro lasciare il segno. E credo che lo abbiano fatto.
C'è qualcosa che ti appartiene personalmente all'interno della storia raccontata?
Sì, nasce molto da quello che ho vissuto insieme a mia nonna Ofelia, su cui avevo già realizzato un precedente cortometraggio. Ho vissuto con lei per quattro anni, io e lei da soli. Tra l’altro quel corto si può vedere su RaiPlay. Forse da lì si può intuire anche il percorso e la necessità che mi ha portato a raccontare questa storia. La memoria di mia nonna stava svanendo piano piano, e io sentivo il bisogno di raccontare anche chi resta accanto in certi momenti, in certe situazioni: chi mette da parte la propria vita per quella di qualcun altro.
Quale messaggio o emozione speravi di trasmettere?
Spero semplicemente di aver raccontato delle emozioni. Avevo una necessità che, grazie alla sceneggiatura di Giuseppe, ho cercato di fare mia: raccontare dei gesti, degli sguardi che potessero restituire l’amore profondo per un’altra persona.

Ci sono state scene particolarmente difficili da realizzare?
C’è stata una scena molto emozionante, ma più dal punto di vista produttivo che narrativo. Per la parte centrale del corto avevo previsto, nel piano di regia, 14 inquadrature: una visione quasi western, fatta di dettagli e quadri molto precisi. A un certo punto però ci siamo accorti — soprattutto grazie a Gustav, l’aiuto regia — che se le avessimo girate tutte molto probabilmente non avremmo avuto il tempo di finire il cortometraggio. Serviva una soluzione. Così, attraverso uno scambio creativo insieme a Francesco, al DOP Giuseppe Isoni e allo stesso Gustav, abbiamo pensato a un’inquadratura a 360 gradi: un piano sequenza che restituisse perfettamente il passare del tempo, trasformando quella parte in una scena molto particolare e d’impatto. Senza effetti: i due attori, straordinari, si spostavano dietro la telecamera da un punto all’altro, seguendo il movimento della macchina. È stato un atto di energia bellissimo. La scena è un esempio perfetto di quella coesione artistica che sul set diventa fondamentale e che nasce davvero dal lavoro di tutta la troupe.

Hai dovuto affrontare compromessi rispetto alla tua visione originale?
No, come dicevo prima, sono stato sostenuto da un comparto tecnico e artistico fantastico. Abbiamo lavorato in modo molto coeso, con scambi continui, sia in preproduzione che sul set. Alla fine sono riuscito a realizzare tutto quello che avevo immaginato. Anzi, proprio nelle difficoltà sono nate anche nuove idee, a volte persino più belle di quelle iniziali.
Quanto tempo hai impiegato per realizzare il cortometraggio dall’idea alla post-produzione?
È stato un percorso lungo, durato credo più o meno quattro anni. Dalla scrittura della sceneggiatura alla realizzazione abbiamo attraversato molte fasi: cercato coproduzioni, fatto pitch, tantissimi sopralluoghi. Poi, con un po’ di fortuna, abbiamo vinto il bando Imaie, e quello è stato il momento giusto per far partire davvero la produzione.
Hai lavorato con una squadra affiatata o hai formato un nuovo team per il progetto?
Alcuni membri della troupe sono compagni di avventure ormai da più di dieci anni. Con altri avevo già condiviso molti progetti, non solo da regista. E poi ci sono state anche nuove scoperte, persone che hanno portato nuova linfa e suggestioni incredibili.
Quando hai scoperto la passione per il cinema?
Credo da parecchio tempo, fin da piccolo, bambino, sono stato attratto da quello che si vedeva dentro quella piccola fessura, e tutto quello che riprendevo, lo potevo rivedere successivamente. Fermavo in qualche modo il tempo.

Qual è stato il primo progetto cinematografico a cui hai lavorato? Cosa ricorda di quella prima esperienza?
Non saprei.. come dicevo precedentemente, fin da piccolo mi divertivo a girare cose. Il primo corto l’ho fatto a 14 anni circa, con mio cugino. Era un gioco, ma era pure un vero e proprio corto, con un inizio, uno svolgimento e una fine. invece ufficiale posso nominare una vecchissima
C’è un tema ricorrente nelle tue opere? Cosa la porta a raccontarlo continuamente?
Sto facendo un lavoro su me stesso e, di conseguenza, su quello che voglio raccontare. Credo che nei miei lavori ci sia spesso una rappresentazione dell’amore nelle sue molte forme. Sto sperimentando una narrativa intima, molto legata a un passato vissuto. Mi interessa anche affrontare il tema della memoria, che sia quella del tempo o quella visiva.
Cosa significa per te fare cinema?
Per me significa raccontare con esigenza e con resistenza. Sperimentare, non avere dogmi, se non quello della libertà creativa assoluta. Coinvolgere altre persone in ogni fase del processo, condividere il lavoro. E poi provare a trasmettere qualcosa: il racconto deve arrivare a un pubblico, conquistarlo in qualche modo. Dobbiamo essere lì con lui, come se ci sedessimo a prendere un caffè insieme, con tante parole e pensieri che circolano.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
In questo momento sto lavorando a diversi progetti e ne sto scrivendo altri. Ho quasi concluso un nuovo cortometraggio, molto intimo, Home Made, in cui ho cercato di raccontare sensazioni ed emozioni. E sono già in fase di produzione con un documentario lungometraggio dedicato all’attore toscano Carlo Monni.
Cosa consigli a chi si approccia per la prima volta alla realizzazione di un cortometraggio?
A chi si approccia per la prima volta direi soprattutto una cosa: fare. Fare, fare e fare. Sperimentare, divertirsi, non scoraggiarsi. Amare quello che si fa, a volte anche odiarlo, ma poi correggersi, scoprire, andare avanti. Studiare e continuare a fare. Anche da soli, se serve. L’importante è avere davvero l’esigenza di raccontare.
