Awaiting the lightning bolt: lo stop-motion come mezzo per l'emotività

15 feb 2026

The Threshold

LO STOP-MOTION COME TECNICA PER L'EMOTIVITA'
Intervista a Marco Russo, regista di "Awaiting the Lightning Bolt"

Hai ottenuto una nomination importante e un grande riconoscimento. Il tuo corto animato in stop-motion è stato tra i più graditi della giuria. Come ti senti a riguardo?

Sono molto felice che si riconosca il valore di un cortometraggio in stop-motion. Non è così comune averli in festival generalisti, quindi veder premiato il grande lavoro che c’è dietro mi dà molta soddisfazione

La sensibilità della storia la rende universalmente coinvolgente, per grande e piccoli. Cosa ti ha spinto a raccontare questa storia e come sei riuscito a trasmettere queste emozioni?

Il corto è nato da una frase detta a caso da un’amica e poi si è evoluto moltissimo nelle varie fasi di scrittura. È arrivato a rappresentare qualcosa di molto personale per me, in particolare la perdita di mio papà: sono arrivato a domandarmi fin dove mi sarei spinto per salvarlo se, come il protagonista del mio film, fossi stato sicuro di conoscere la soluzione. Ci ho messo un po’ a raggiungere questa consapevolezza, ma una volta trovata è diventato più facile scrivere una storia in cui il pubblico potesse ritrovare delle emozioni sincere.

La storia racconta diversi temi importanti. Perché hai scelto di raccontarli in animazione e quanto tempo ci hai messo per realizzare questa piccola perla?

Questo film è la coronazione di un percorso portato avanti per sei mesi alla Aardman Academy. In qualche modo ho visto questa storia in stop-motion ancor prima di sapere come realizzarla tecnicamente. In Aardman mi hanno dato i mezzi e le conoscenze per realizzare la mia visione per come era stata concepita.

Qual è stata l’ispirazione principale dietro il tuo cortometraggio?

Escludendo le ispirazioni personali, se parliamo di altre opere, una grande influenza iniziale è stato il cortometraggio Ernest Egg e la lunga attesa (Di Biagio, Polizzo, Bosi Fioravanti). Mi era rimasta molto impressa l’estetica e ho cercato di replicarne alcune atmosfere. Poi sicuramente c’è qualcosa dei film Pixar per quanto riguarda la trasparenza nel veicolare le emozioni. Ho provato a inserire anche qualcosa dei Looney Tunes per le scene comiche un po’ slapstick.

Ci sono state scene particolarmente difficili da girare o realizzare?

Un po’ tutto, considerando che è stato il mio primo approccio all’animazione. Fortunatamente non avrei potuto essere in un ambiente migliore: staff e compagni alla Aardman Academy mi hanno dato una grossa mano. In particolare, ricordo di aver sofferto soprattutto nelle scene sulle colline, perché le varie parti sono state girate separatamente e montate in post-produzione. Animare senza vedere il quadro complessivo è stato complicato.

Hai dovuto affrontare compromessi rispetto alla tua visione originale?

Ovviamente sì, come in qualsiasi produzione. Ma con guide esperte e un senso critico che si è evoluto col procedere della lavorazione, sono riuscito ad avere un prodotto finito di cui poter andare fiero.

Quanto tempo hai impiegato per realizzare il cortometraggio dall’idea alla post-produzione e quale è stata la parte più soddisfacente della creazione del corto??

Complessivamente direi circa sei/sette mesi. La parte di pre-produzione è stata travagliata perché non avendo esperienze pregresse in animazione, avevo scritto una sceneggiatura troppo ambiziosa. Mi ci è voluto del tempo per portare lo script a un livello di fattibilità accettabile. Poi circa cinque mesi tra fabbricazione di pupazzi e scenografie, animazione e post-produzione.

Vado molto fiero dei pupazzi, in particolare Renato, il protagonista. Anche in questo caso ho imparato da zero, e la fase di puppet-making è una di quelle a cui ritorno più volentieri.

Ci sono scelte tecniche di cui sei particolarmente orgoglioso?

Vado particolarmente fiero dell’effetto del fulmine nel barattolo. Non posso prendermi il merito dell’ideazione tecnica, in questo lo staff Aardman è stato fondamentale. Sono stati inseriti alcuni minuscoli led nel barattolo e ricoperti con del cotone. Non è stato facile nascondere i cavi in ogni inquadratura, ma l’effetto finale è molto simile a quello che avevo in mente fin dall’inizio.

Come hai lavorato alla colonna sonora o al sound design?

Il concepimento della colonna sonora è una fase in cui trovo particolarmente difficoltà. Fortunatamente ho potuto lavorare con Matt Loveridge, compositore che ha collaborato spesso con Aardman. La sua professionalità mi ha permesso di concentrarmi sul descrivere le emozioni in campo e lui si è occupato di tradurre i miei vaneggiamenti in musica. Sono stato molto fortunato.

Simile è stato il lavoro sul sound design: ho fatto un primo passaggio personalmente, ma poi il lavoro di Will Davies ha elevato il tutto enormemente.

Quali sono i registi o i film che hanno influenzato maggiormente il tuo percorso?

La lista cambia continuamente, ma ho dei punti di riferimento che potrebbero risultare bizzarri se si considera questo cortometraggio come esempio. Per quanto riguarda il live-action, ammiro particolarmente autori come Lanthimos, i fratelli Coen, Jim Jarmusch. In animazione, oltre alla già citata produzione Pixar, sono un fan sfegatato di Tomm Moore e della Cartoon Saloon.

Qual è stato il primo progetto cinematografico a cui hai lavorato? Cosa ricorda di quella prima esperienza?

Ho studiato cinema a Stoccolma e il primo progetto che io abbia mai diretto è stata un’esercitazione di fotografia. Ho scritto una storiella carina ma il focus era sulla fotografia, di cui si occupava un mio compagno di classe. In qualche modo però la crew si è affezionata alla storia e si è cercato di realizzare qualcosa di carino complessivamente. Ricordo un sacco di ansia ed errori commessi, ma riguardo quel piccolo cortometraggio con affetto. Penso sia tutt’ora una delle mie storie più a fuoco, nonostante la semplicità.

Cosa significa per te fare cinema e quali sono i tuoi prossimi progetti?

Fare cinema, ma raccontare storie in generale, è per me un modo per superare i miei tanti blocchi e comunicare qualcosa che altrimenti non riuscirei a fare uscire. È un processo faticoso ma lo ritengo molto sano e quasi una necessità alla base dei processi creativi.

Per rispondere alla seconda domanda sono tornato brevemente sui fumetti e ho lavorato a progetti animati altrui come puppet-maker e scenografo. Ora sono di nuovo focalizzato sulle mie storie, sto cercando di trovare qualcosa che valga la pena raccontare e spero di poterle presto proporre a qualche produttore.

Cosa consigli a chi si approccia per la prima volta alla realizzazione di un cortometraggio?

Fatelo. Punto. È un consiglio che devo dare spesso anche a me stesso. Tendo a perdermi nei dettagli o farmi scoraggiare dalle prime difficoltà. L’unica regola per realizzare un cortometraggio è farlo. Magari non sarà perfetto, ma far uscire qualcosa è meglio che tenersi tutto dentro. Prendete quattro amici appassionati, una fotocamera o un cellulare e provate a realizzare qualcosa di cui vi importa.

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