Solo un crodino: la solitudine
10 feb 2026
LA SOLITUDINE DEL CRODINO
Intervista a Valerio Molinaro, sceneggiatore di "Solo un crodino".
Hai ottenuto una menzione d'onore: come hai fatto a scrivere una sceneggiatura così divertente senza cadere nel banale?
Ho cercato di partire da una situazione credibilissima e quotidiana, quasi “da cronaca”: una notte tardi, un posto di blocco, un uomo stanco che prova a cavarsela con una scusa mediocre. Da lì ho lavorato per eccesso, alzando l’assurdo un gradino alla volta, ma senza mai cambiare le regole emotive dei personaggi. Il comico, per me, nasce quando tratti l’assurdo con faccia seria e ritmo chirurgico. E per non scivolare nel banale ho evitato la battuta “facile” fine a sé stessa: ogni gag deve essere una conseguenza, un test in più, un’umiliazione in più, un dettaglio che spinge la scena avanti.

La musica ha un ruolo chiave nella narrazione del corto, accompagna le assurde avventure dei due protagonisti: come avete deciso di utilizzare questo registro sonoro elettronico come accompagnamento alla narrazione?
L’elettronica mi piace perché è precisa: ti dà un metronomo narrativo. In una storia costruita su prove, ripetizioni ed escalation, un registro elettronico può diventare il “battito” che accompagna l’assurdo senza sottolinearlo in modo pleonastico. Volevo un suono che facesse da motore notturno: un’energia fredda e regolare mentre succedono cose sempre più fuori dalla norma. E poi c’è il contrasto che amo raccontare.

C’è qualcosa che ti appartiene personalmente all’interno della storia raccontata?
Sì: l’idea che, sotto il grottesco, ci sia sempre una fame di contatto umano. Il colpo di scena per me non è “la truffa”, è la solitudine: uno che si inventa un ruolo pur di parlare con qualcuno, e un altro che, suo malgrado, finisce per restare lì e ascoltare.
