Vitriolage: da una videocassetta ad un cortometraggio

Feb 10, 2026

The Threshold
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DA UNA VIDEOCASSETTA AD UN CORTOMETRAGGIO
Intervista a Luca Cavalli, regista di "Vitriolage"

Hai ottenuto tante nominations e uno dei premi più ambiti del festival: Miglior Sceneggiatura. Come ti sei sentito dopo l'annuncio?

Ne sono rimasto colpito e grato. Non sono abituato a vincere, mi imbarazza un po', non sono competitivo per indole. Però ogni tanto è anche piacevole essere riconosciuti per qualcosa. Vincere “Best Screenplay” mi riempie di orgoglio, sono consapevole che “Vitriolage” non sia un testo immediato eppure sono altrettanto consapevole della sua forza narrativa. Il corto è nato in accademia di cinema ma oramai cammina nel mondo con le sue gambe; è diventato un bambino vero che non mi appartiene più ed è scappato di casa.

Qual è stata l’ispirazione principale dietro il tuo cortometraggio?

Credo che a guidarmi sia stata la preoccupazione per la società in cui viviamo. Ci sono espressioni di violenza nel mondo che fino a una dozzina di anni fa avrebbero inorridito chiunque, ora ci scivolano addosso senza troppe complicazioni; basta la dichiarazione convinta del potente di turno e la realtà e la verità sono immediatamente sovvertite a beneficio dello spettacolo dei media. “Vitriolage” è indubbiamente una parabola esasperata di questa anestesia mediatica che ci coinvolge tutti. Io credo molto nel potere “taumaturgico” della parola, Emiliano Coltorti nel film incarna pienamente questo aspetto. Sono convinto che con le giuste parole nella giusta forma siamo portati a fare e a credere a qualsiasi cosa. Con il corto non cercavo di offrire una soluzione alla faccenda, ma solo ricordarci che la violenza è come la varicella: è molto contagiosa e una volta che l’hai presa ti resta addosso per sempre.

Hai ottenuto nomination anche per Miglior Corto Studenti e Miglior Attore. Il cast è stato un ottimo colpo. Come sono andate le selezioni e quando hai capito che fossero i talenti giusti per questo progetto?

Aurora l’ho desiderata fortemente. L’avevo vista lavorare su altri progetti e sospettavo potesse avere una naturale predisposizione alla dolcezza. Il personaggio di Sara è piuttosto complesso, gioca a metà strada tra una docile bambolina di pezza e una psicologia disturbata pronta a tutto. Aurora con la sua sola presenza fisica doveva sintetizzare un equilibrio tra queste parti, e io sono stato convinto fin da subito che col suo talento ci sarebbe riuscita, e per fortuna lei ha accettato il ruolo; forse senza Aurora avrei riscritto un po' il personaggio. Matteo invece è arrivato come una folgorazione. L’ho visto recitare dal vivo durante un corso di recitazione. E’ un anima innocente, ma è anche molto ambizioso. Lavorare con lui è venuto naturale. Il personaggio di Enzo è una tipologia umana che lui conosce molto bene, eppure ha costruito il personaggio sempre con un po' di timore, senza adagiarsi nell’immediatezza dello stereotipo. Credo che questo osservare dal di fuori abbia aggiunto un ulteriore livello di sensibilità al personaggio. Per me lui è il Gabriel Montesi della sua generazione, può fare tutto, dalla commedia al thriller d’azione. Lavorare con loro mi ha fatto sentire accolto e capito. Sono stati due interpreti eccellenti.

C’è un tema ricorrente nelle tue opere?

Credo che abbia a che fare con lo spazio tra il desiderio e la sconfitta. Mi piacciono le zone grigie dei personaggi portati al limite e mi piace aprire dentro di loro delle brecce che possano diventare voragini interiori. Enzo e Sara sono sconfitti desideranti. Lei desidera semplicemente un contatto con qualcuno, un sentimento da condividere, lui ambisce a qualcosa di più terrigno: la fama. Lo scontro tra due pulsioni inevitabili è la cosa che mi interessa di più raccontare. Mi piace molto anche il nostro rapporto con l’influenza, sia quella  che esercitiamo noi, sia quella che ci viene esercitata. Sono cresciuto in una generazione in cui è normale parlare di “influencer” e credo che la fortuna di queste figure sia quella di intercettare i desideri inespressi delle persone. Il personaggio di Emiliano l’ho scritto immaginandolo come un “influencer” della violenza. Anche la violenza in sé mi colpisce, credo che abbia sempre a che fare con il desiderio, l’ambizione e la sconfitta; è un sintomo naturale del nostro stare al mondo come individui che ambiscono a qualcosa. Mi inquieta e affascina pensare a cosa si è disposti a fare quando si intuisce di essere perduti.

C’è un tema ricorrente nelle tue opere?

A volte ci penso. Credo che Sara ed Enzo abbiano ancora qualcosa da dire. Sicuramente ridimensionerei alcune scelte narrative e approfondirei il loro rapporto. Per adesso ho solo delle idee, un giorno vedremo, per i produttori di oggi non andrebbe bene questa storia, ma per fortuna nutro ancora speranze per i produttori di domani.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

Ho scritto un nuovo corto che mi piacerebbe girare quest’estate. E’ una commedia sentimentale, sgraziata e piena di musica; ci sono influenze indie folk americane tra Daniel Johnstone, Cameron Winter e i Paper Ceilings. Sarà molto diverso da “Vitriolage” per forma e stile, eppure avrà sempre a che fare con il desiderio e la sconfitta, ma in una chiave più agrodolce, meno catastrofica e nichilista. Poi sto sviluppando un corto ambientato a Natale. Sogno da sempre di fare un film natalizio, magari una versione postmoderna del classico cinepanettone non lo so, sorrido all’idea. Quello che sto scrivendo è una storia a metà strada tra “Un uomo da marciapiede” e un film di Park Chan-Wook, non so ancora bene che forma prenderà, ma mi diverte molto, mi sento un po' a casa quando torno in Asia con le idee.

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